Crea sito

Mae govannen!

agosto 14th, 2010 / No Comments » / by ardaquenta

Esisteva l’Unico, che in Arda è chiamato Illuvatar; ed egli creò per primi gli Ainur, i Santi, rampolli del suo pensiero, ed essi erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro, proponendo temi musica; ed essi cantarono al suo cospetto, ed egli ne fu lieto. A lungo cantarono soltanto uno alla volta, o solo pochi insieme, mentre gli altri stavano ad ascoltare che ciascuno di essi penetrava soltanto quella parte della mente di Iluvatar da cui proveniva, e crescevano lentamente nella comprensione dei loro fratelli.

Così inizia il Silmarillion, la prima opera in ordine analitico della saga di J.R.R. Tolkien, benché l’ultimo ad essere pubblicato, in realtà postumo e curato  dal figlio Christopher. Da qui ha inizio tutta la sub creazione del Professore di Oxford: la storia del favoloso mondo di Arda governato dai Valar, le Potenze Angeliche; la comparsa degli Elfi, i Priminati, dei Nani, i figli adottivi, e in ultimo degli Uomini. In varie fasi, questi popoli si scontreranno con il Male, nelle vesti prima di Melkor e poi di Sauron, al cui fianco si schiereranno balrog, draghi, orchi e altre malvagie creature, ma in aiuto dei figli di Eru dall’Ovest giungeranno gli Istari, gli emissari dei Valar.

Non procediamo oltre, in quanto pensiamo che gli appassionati che leggeranno queste pagine già conoscano la fine della storia… Come avrete facilmente capito, questo blog è dedicato alla Terra di Mezzo, e al suo subcreatore, John Ronald Reuel Tolkien.

Qui potrete trovare il mio modesto ma personale contributo allo studio e alla diffusione dell’opera del professore di Oxford.

Elfi, nani, orchi, troll non avranno più segreti per voi. Parlerete in Quenya e Sindarin, le lingue degli elfi, e sarete in grado di leggere la calligrafia Tengwar…

Arrivederci a  tutti in qualche contrada di Arda!

Roberto Fontana

Le guerriere drago

ottobre 31st, 2011 / No Comments » / by ardaquenta

LE GUERRIERE DRAGO

QUALCHE MESE PRIMA

L’uomo sedeva su un trono di ossa umane completamente assorto nei suoi pensieri. Con una mano si reggeva il mento, mentre con l’altra accarezzava nervosamente il teschio posto al termine del bracciolo del sedile. Le dita delle mani erano ornate da preziosi anelli d’oro, dove erano incastonati neri onici e rossi granati. Era solamente abbigliato di un perizoma di tessuto nero, e intricati tatuaggi rossi e neri coprivano interamente la sua pelle, dai piedi fino alla testa rasata; due profondi occhi scuri brillavano negli occhi come carboni, e la bocca volitiva era piegata in una smorfia meditabonda. Il sangue che ancora gli imbrattava il corpo, soprattutto le mani e la bocca, lasciava intuire che avesse appena terminato una cerimonia sacrificale. L’interno del tempio di forma semisferica era molto scuro, e la volta sembrava addirittura immersa nelle tenebre. Le pareti erano infatti nere, qua e là adornata con disegni dalle tonalità del grigio o del rosso scuro, ed alcuni bracieri disposti lungo di esse emanavano una fievolissima luminosità, frutto delle deboli braci che rosseggiavano al loro interno, con tonalità tendenti al marrone. Ai lati del trono, due cataste di ossa di forma conica fungevano da macabri candelabri per altrettanti enormi ceri neri, le cui fiammelle parevano più assorbire la luce che emetterla. Nessuna finestra si apriva verso l’esterno, e né brezze né luce potevano entrarvi, una volta richiuso l’enorme portone bronzeo, tranne un minimo ricambio d’aria assicurato da stretti cunicoli invisibili. L’atmosfera era pesante, e il tanfo di morte e decomposizione permeava l’intero ambiente, solo parzialmente coperto dall’odore di incenso ed altre resine profumate poste a consumarsi nei bracieri. Nella parte più orientale la parete era interrotta da una porta di piccole dimensioni, in ferro battuto, che dava lungo uno stretto corridoio verso le camere private del sacerdote e alle segrete. Nel muro dietro il trono un tabernacolo custodiva la Pietra Nera quando non era usata nei sacrifici.
Una teoria circolare di colonne di porfido reggeva la volta, circondando la navata centrale, al cui centro una bassa pedana di pietra conduceva tramite pochi gradini all’altare, rettangolare e disadorno. Questo era costituito da un monolito di ossidiana, translucido e brillante, al cui interno si potevano scorgere delle intricate venature rossastre, che davano l’impressione di un sistema sanguigno, apparenza resa ancora più verosimile dal sangue raggrumato lasciato ad essiccare sulla sua superficie.

Sul ripiano orizzontale perfettamente liscio giacevano i corpi di due bambini, un maschio ed una femmina, la cui età non poteva aver superato i dieci anni. Entrambi avevano il petto squarciato, ed il coltello di ossidiana rossa utilizzato per estrarre il loro cuore era posato vicino. I lineamenti gentili del volto, benché contratti nell’agonia della morte, facevano presumere che non si trattasse di schiavi Drûath, ma giovani Hyarendoriani strappati alle loro famiglie. In mezzo ai poveri resti era appoggiata una informe pietra nera, di materiale sconosciuto, sulla cui sommità una stretta apertura introduceva ad una oscura cavità: era la Pietra Avakúma, il portale attraverso il quale il demone comunicava con i suoi adepti, e chiunque avesse guardato al suo interno senza adeguate protezioni magiche avrebbe perduto la sua anima, per sempre risucchiata nella Tenebra Esterna.

La cerimonia di evocazione si era appena conclusa, e gli altri cerimonieri avevano già abbandonato il tempio. Nel momento del massimo sacrificio, quando parti dei cuori appena estratti erano state introdotte nella nera pietra, l`empia voce era aleggiata in un flebile sussurro fra le scure volte, e tutti i presenti avevano potuto intendere queste parole: «Attenti alle stelle. Non fate brillare le stelle o tutto sarà vano».
Se le parole del messaggio erano state chiare, non così lo era stato il loro senso. Non fare brillare le stelle del cielo era sembrata un’impresa fortemente difficile, se non proprio impossibile, persino per Gûlgotha e i suoi Cavalcadraghi. C’era probabilmente qualcosa che era sfuggito durante l’evocazione della profezia, oppure mancava agli stregoni la conoscenza di qualche particolare che avrebbe potuto rendere comprensibili le parole della Tenebra.
Gûlgotha stava ancora ripensando a quanto udito, rammaricandosi di essere troppo stanco per ripetere a breve la cerimonia sacrificale, ed inoltre conscio di disporre al momento quali vittime solo di alcuni bruti delle sue terre, miserabili offerte per il demone, a cui dovevano essere consegnati cuori di esseri più degni. Alla fine, scosse la testa e si alzò, curvando le labbra in un sorriso maligno da cui spuntavano due bianchi canini appuntiti. Si diresse verso le sue stanze per pulirsi e cambiarsi, riflettendo che presto la grande impresa sarebbe iniziata, ed allora certo non sarebbero mancate le vittime da offrire ad Avakúma per onorarlo degnamente e ricevere in cambio forza e profezie.
NÚMEMMINAS

Il sole si era già alzato sopra le montagne da circa un’ora, quando il giovane iniziò a svegliarsi. La luce che filtrava attraverso gli scuri tendaggi posti alla finestra non era ancora riuscita a destarlo, benché fosse sua abitudine alzarsi alla mattina di buonora, per far fruttare appieno ogni giornata. Ma il sonno non era stato tranquillo, e per tutta la notte malevoli incubi avevano turbato il suo riposo; ancora adesso, mentre si svegliava, confusi brandelli dei sogni notturni si mescolavano con i dolorosi ricordi dei recenti avvenimenti. Il ragazzo, ora completamente sveglio, non si alzò però dal letto; il morbido materasso e le fresche lenzuola ancora odorose delle fragranze di fiori ed erbe con cui gli Elfi di Númemminas solevano profumare la biancheria, gli trasmettevano un senso di sicurezza di cui egli sentiva al momento assoluto bisogno. Così, nella penombra, con gli occhi rivolti al soffitto decorato da disegni floreali, Ohtarion ripensò a quanto era accaduto nei mesi appena trascorsi.

A marzo di quell’anno, il 1973 della Seconda Era, Hyarendor, il Regno del Sud di cui era principe, aveva iniziato a subire gli attacchi di bande di Yrch provenienti da Burzdur, una nazione situata nel profondo sud, oltre alla mefitica palude che gli uomini di Endor avevano raramente attraversato, e sempre malvolentieri. Pochi uomini vivevano liberi a Burzdur, una regione brulla attraversata da pochi fiumi, ricca di colline rocciose e paludi formate da acqua putrida che fuoriusciva direttamente dal terreno; le uniche sorgenti di acqua pura si potevano trovare nella capitale, Burzumishi. Qui regnava il re-sacerdote Gûlgotha, che molti reputavano uno stregone dedito alla magia nera: si diceva che nelle cerimonie rivolte al dio dell’Abisso e della Tenebra Esterna, Avakúma, venivano compiuti orrendi sacrifici umani, che talvolta sconfinavano nel cannibalismo. Per mantenere il terrore e la schiavitù nel suo regno, Gûlgotha si serviva degli Yrch che vivevano di preferenza nelle paludi o nelle loro immediate vicinanze, e di Teryg, abili scavatori di gallerie e minatori, che avevano le loro città nel cuore delle colline e dei monti. Gli Yrch erano una razza di orchi, molto grossi e possenti, abituati a nutrirsi di tutto ciò che potevano trovare: normalmente si cibavano dei fangosi esseri acquatici o anfibi delle paludi, e delle limacciose erbe che in esse crescevano, ma non disdegnavano di certo la carne di qualsiasi altro animale, anzi, uomini ed elfi erano i loro bocconi preferiti. Gusto condiviso con i Teryg, detti anche Troll, che usavano così arricchire la loro dieta solitamente costituita di grassi vermi ed altri ciechi abitanti delle profondità ctonie.

I più diretti collaboratori del sommo sacerdote, e suoi ministri nell’officio dell’abominevole culto, erano i Cavalcadraghi, sette potenti stregoni che, sul dorso di feroci draghi allevati per questo precipuo scopo in speciali scuderie del regno, percorrevano il paese seminando morte e terrore e prelevando giovani e giovinette da utilizzare nei riti sacrificali. I loro nomi erano Akhâsakor, il Signore dell’Abisso; Mulkhêrabelzir, l’Araldo di Melkor; Ugruzigûr, il Mago della Notte; Dolguzagar, la Spada dell’Oscurità; Agannâlô, l’Ombra delle Tenebre; Nîtiraphêl, la Seduttrice, unica donna dei Sette; ed infine Ghashbúrz, la Fiamma Nera. Akhâsakor era un elfo rinnegato, unico di quella razza a servire il nero stregone, mentre Ghashbúrz era un orco, il più possente e feroce della sua razza; tutti gli altri erano di razza umana, e gli insegnamenti di Gûlgotha avevano loro trasmesso una rara padronanza della magia nera, in cui erano inferiori solo allo stesso sacerdote.

I regni umani di Endor avevano avuto in passato pochi contatti con gli abitanti di quella regione, anche perché il regno stesso fino ad un decennio prima nemmeno esisteva; l’insano territorio ospitava solo pochi e sparsi villaggi di Drûoth, cacciatori che vivevano in capanne di legno e fango e le cui famiglie coltivavano piccoli appezzamenti, a stento bastanti a fruttare il poco necessario di cui sostentarsi. Da sempre bande di Yrch e Teryg infestavano questi miserevoli agglomerati, rendendo la vita ancor più difficile, sconfinando a volte nel vicino Hyarendor per effttuare razzie e rapimenti di donne e bambini, mai più tornati a casa. L’unico centro di una certa importanza era costituito dalla città sorta vicino alle sorgenti d’acqua, dove aveva luogo ogni settimana un grande mercato, in cui la merce di principale valore era costituita dagli schiavi. Poi, circa dieci anni prima, era comparso come dal nulla Gûlgotha che, con l’aiuto dei suoi discepoli ma soprattutto delle sue arti magiche, aveva preso possesso della città. Una volta autonominatosi re-sacerdote, aveva prima di tutto fatto costruire un palazzo per sè ed un tempio dedicato ad Avakúma, obbligando tutti gli abitanti a convertirsi al culto del suo dio. Quindi aveva preso accordi con le malefiche creature delle paludi e delle caverne per opprimere tutti coloro che vivevano nell’area circostante. Aveva chiamato il paese Burzdur, che in Lingua Nera significa “terra oscura”, e la città Burzumishi, cioè “nelle tenebre”. Da quel momento erano stati frequenti gli attriti con il confinante Regno del Sud; le continue sparizioni di persone indifese si erano fatte ancor più numerose, cosicché si era sparsa la voce che la vita di parecchi Hyarendoriani fosse stata sacrificata sull’altare di Burzumishi oppure spesa per saziare i draghi di Gûlgotha, se non l’osceno appetito del sacerdote stesso e dei suoi ministri.

Fra marzo ed aprile le razzie si erano fatte sempre più pesanti, cogliendo impreparati il sovrano di Hyarendor ed i suoi consiglieri. Verso la fine di aprile, Ohtarion era stato inviato dal re suo padre, Tar-Ornendil, presso i loro vicini orientali, gli Elfi della Costa, per chiedere aiuto e consiglio. Il viaggio si era rivelato però più difficoltoso del solito, a causa della presenza di orchi e Troll anche in quelle zone, così che Ohtarion aveva potuto entrare nel Yáwenor solo ad inizio di maggio. Dal re dei Yáweldi il principe aveva appreso che anche la nazione costiera degli elfi aveva subito numerosi attacchi, fortunatamente tutti respinti grazie anche alle montagne che circondavano il loro territorio.

Poi, dopo pochi giorni, il disastro: un esercito di Yrch, Teryg e Drûoth, guidati da Mulkhêrabelzir e Dolguzagar, sul dorso di un immenso drago bronzeo ed uno scarlatto, avevano attraversato la palude di Thaura, percorso velocemente la steppa e quindi invaso il Hyarendor. Le poche truppe poste alla frontiera, colte alla sprovvista, erano state spazzate via. La schiera aveva poi proseguito con la massima velocità fino ad Aglarhim, la capitale del regno, avendo facilmente la meglio su ogni tentativo di resistenza. I reparti di stanza nella capitale avevano invano cercato di difendere la città, e una volta persa questa, si erano arroccati nel mastio del castello, ma nulla avevano potuto contro l’alito infuocato dei draghi e la ferocia dei loro nemici, che una volta entrati nella fortezza avevano sterminato l’intera famiglia reale.

Ohtarion ripensò al giorno in cui, in quella stessa stanza, aveva ricevuto l’inaspettata visita del re e della regina, gli Alti Elfi Ciryanwe ed Eärendis, che con tristezza l’avevano informato della dolorosa perdita dell’intera famiglia. Come allora, lacrime spuntarono copiose dagli occhi del principe, rigando il suo volto fino a bagnare il bianco cuscino su cui appoggiava la testa, e inarrestabili singhiozzi lo fecero sussultare mentre ancora giaceva nel letto. Il suo pensiero corse all’amato padre, la cui unica debolezza era forse stata quella di essere un sovrano pacifico, poco avvezzo alla guerra e all’odio, al fratello maggiore Atanvarno, ma soprattutto alla dolce madre Cemenildë, che tanto si era preoccupata dell’incarico affidato dal re al giovane figlio, senza sapere che la sorte sarebbe stata benigna con lui soltanto. Ma quale sorte può essere definita benigna quella che rende orfano della famiglia e del regno un ragazzo di 19 anni, e lo costringe all’ospitalità, seppure offerta con fraterna amicizia, di un re straniero? Nel mese passato nella città di Númemminas Ohtarion era precocemente maturato: dolore e avversità lo avevano trasformato in un giovane uomo, che oltre al dolore personale dirigeva ora il suo pensiero anche alla sua terra ed al suo popolo, oppresso da un crudele tiranno. Su due neri troni posti nel palazzo che apparteneva alla sua famiglia da tempi immemorabili, sedevano ora i due luogotenenti di Gûlgotha, i tenebrosi Mulkhêrabelzir e Dolguzagar, che avevano trasformato l’amata residenza in un aborrito luogo di magia nera.

Ohtarion si fece coraggio, le lacrime cessarono di scorrere e il suo respiro si calmò, e il giovane si apprestò ad alzarsi. Come al solito, con una perfetta scelta di tempi che rivelava le capacità empatiche del popolo degli Elfi, udì bussare leggermente alla porta; alla sua risposta, due elfi della casa di Cirianwë fecero ingresso nella loro tradizionale tunica bianca e azzurra, uno portando una bacinella con una brocca d’acqua ed un’ampollina, l’altro asciugamani e abiti profumati di bucato.
«Buongiorno principe, ti abbiamo portato il necessario per lavarti e rinfrescarti, e abiti puliti. Ti auguriamo che il nuovo giorno ti porti felicità» disse il primo, con il consueto amore per il linguaggio forbito tipico degli elfi, mentre il secondo semplicemente appoggiava le stoffe su una panca posta alla parete. «Fra poco ti verrà offerta anche la colazione» terminò, scostando le tende.
La luce del sole invase la stanza, come un fiotto d’oro liquido, ed una leggera brezza contribuì a rendere l’ambiente meno cupo. La stanza era arredata con gusto senza eccedere nelle suppellettili: il letto in legno di tiglio era fornito di un materasso ripieno di lana ben lavata, sempre mantenuta fresca e pulita, e sopra vi erano adagiate lenzuola di lino bianco. A un lato del letto c’era un piccolo tavolino basso, con una candela mezza consumata, una caraffa d’acqua piena a metà ed un bicchiere ora vuoto; una panca in legno di palissandro era accostata alla parete. Al centro della stanza, proprio di fronte alla porta-finestra, stava un tavolo rettangolare con quattro sedie con la seduta in vimini e paglia; come in ogni casa dei Yáweldi, un piattino posato sul ripiano del tavolo conteneva tre ciottoli di mare ricchi di venature e piacevoli sia allo sguardo che al tatto. Sul lato opposto della stanza rispetto al letto era situato un mobile, al cui interno erano custoditi i pochi effetti personali di Ohtarion; vicino, una grande specchiera con piedistallo era appoggiata al pavimento. Altre mensole e tavolini erano sparsi per la stanza, e reggevano candele e ciotole ripiene di fiori e frutti secchi profumati con spezie, soprattutto cannella. Ohtarion, che nel frattempo si era alzato dal letto, rispose con leggero inchino e l’usuale forma di cortesia «Hantalyë» , al che gli elfi restituirono l’inchino e subito uscirono.

Il giovane si tolse la leggera tunica con cui aveva dormito e versò l’acqua nella bacinella; usò quindi il liquido profumato contenuto nell’ampolla per lavarsi ed infine si risciacquò ed asciugò. L’abito che gli era stato consegnato era, al pari di quelli dei giorni scorsi, splendido nella sua semplicità: una tunica di lino bianco che gli arrivava poco sotto il ginocchio, con i bordi orlati di azzurro, al cui interno erano state ricamate stelle fiorite multicolori. Il clima della costa orientale del continente era in quel periodo già piacevolmente caldo, e non erano necessari indumenti più pesanti. Completò la vestizione con la sua cintura di pelle e un paio di sandali legati con lacci al polpaccio. Per ultimo, si mise al dito l’anello che il padre gli aveva affidato l’ultima volta che si erano visti, quale rango di ambasciatore presso la corte degli Elfi della Costa; vi era sopra impresso il sigillo della sua casa reale, un leone che addentra un serpente. Si diresse infine verso lo specchio, per controllare il proprio aspetto
La figura che gli rivolse lo sguardo nell’ovale riflettente era quella di un giovane uomo, alto e ben proporzionato, con muscoli tonici ma non esagerati. Il naso era deciso senza essere appariscente, e dalle fossette sugli angoli delle labbra si intuiva che la bocca, ora costantemente triste, era abituata in passato a ben più gioiosi sorrisi. I capelli corvini e riccioluti ricordavano quelli del padre, mentre dalla madre aveva ricevuto degli occhi blu come il mare. Ancora una volta gli tornò in mente il volto materno, e lei che cercava di ravviargli i capelli con un pettine d’osso ridendo mentre diceva «Nemmeno un pettine fatato degli elfi riuscirebbe a pettinare i tuoi riccioli ribelli!»

Mentre il ricordo svaniva, bussarono nuovamente alla porta, e questa volta entrarono due elfe, con i lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri tipici degli abitanti della costa. Appena arrivato nel paese, non poche ragazze locali avevano guardato con curiosità le sue iridi, la cui tonalità più scura rispetto alle loro ricordava l’oceano che esse tanto amavano. Una, che pareva una giovane ancella, indossava un semplice abito azzurro senza maniche lungo fino alle caviglie, stretto alla vita da una cintura di corda, che lasciava libere le spalle e la scollatura; fiori freschi erano intrecciati nei suoi capelli, da cui spuntavano orecchie piccole ma appuntite verso l’alto, con graziosi orecchini di legno dipinto. Reggeva un vassoio d’argento con la colazione: piccoli pesci insaporiti con una salsa leggera e asprigna, leggermente fruttata ma molto gustosa; olive verdi e nere, e piccoli tuberi lessati e conditi con olio d’oliva; formaggi freschi ed infine frutta di stagione e miele. Appoggiò tutto sul tavolo, uscì veloce e subito rientrò con due caraffe, una piena d’acqua e l’altra con idromele freschissimo. L’abito della seconda rivelava invece il suo rango di damigella della regina: un lungo abito blu a mezze maniche, ricamato di gigli bianchi e con orli dorati; sugli snelli fianchi era appoggiata una catenella d’oro lavorata, mentre una ghirlanda fiorita le cingeva il capo e pendenti d’argento le scendevano dai lobi delle orecchie appuntite. Anche il portamento e l’aspetto denotavano un’età leggermente più matura della prima, benché spesso fra il popolo degli elfi le sembianze potevano trarre in inganno, vista l’estrema longevità della loro schiatta. Quest’ultima dama posò invece sul tavolo un vassoio di legno, contenente forme di pane simili a focaccine, e disse: «Buongiorno, giovane principe! La massanië ti invia in dono il suo pane e spera che questa colazione fortifichi il tuo corpo e ti rinfranchi lo spirito». Era infatti usanza presso tutte le genti elfiche che la regina e le sue damigelle preparassero il pane, o massa, per gli ospiti del palazzo, e che solo esse stesse potessero consegnarlo, senza che mai il cibo toccasse alcun metallo, materiale più adatto alle spade che al nutrimento sia materiale che spirituale, né persone che avessero in passato maneggiato armi.
«L’aran e la tári mi hanno incaricato di dirti», continuò la damigella «che sei atteso, appena avrai terminato di rifocillarti, presso la loro sala privata. Assapora e consuma però questi cibi con calma, perché non è bene che la fretta rovini una buona colazione».
«Ringrazia il re e la regina per conto mio, dama Elerrínë, e assicurali che appena avrò finito di gustare quanto mi hanno generosamente offerto mi recherò da loro». Ohtarion aveva rapidamente appreso le modalità quasi rituali del ringraziamento in uso fra gli elfi, che non era però mai puramente formale, ma esprimeva invece i sentimenti di cortesia e rispetto per il prossimo innati nei loro cuori. «Gentile wendë , ringrazio anche te per avermi servito questi frutti della vostra terra e del vostro mare». Un pudico rossore apparve sulle gote dell’ancella, che non poté nascondere un lieve sorriso per i complimenti ricevuti. «E grazie a te, cortese heri , per avermi portato quanto personalmente preparato dalle più alte dame della vostra casa, senza che abbia mai toccato mani o oggetti impuri. Námarië ». L’inchino che questa volta compì fu più profondo: la bellezza delle due elfe non l’aveva lasciato indifferente.
«Námarië anche a te, principe» ripose la damigella, lei pure rivolgendo un caldo sorriso al giovane, «e se posso esprimere un giudizio, vedo che la cortesia e la gentilezza albergano nel cuore degli Uomini come in quello degli Elfi». Quindi, sempre sorridendo, entrambe le donne lasciarono la stanza.

Come consigliato da Elerrinë, Ohtarion gustò con calma quanto offertogli; nel suo paese era abituato ad una colazione più dolce, ma nel mese passato presso gli Elfi aveva imparato ad apprezzare la ricchezza e la varietà delle vivande che gli venivano proposte al mattino, e che gli fornivano una salutare energia sufficiente a farlo arrivare all’ora del pranzo senza aver bisogno di toccare altro cibo. Non perse però tempo, e appena finito di bere un boccale di idromele, si pulì le labbra, rassettò l’abito e usci dalla stanza per dirigersi alla sala privata del re.

Percorrendo il corridoio, giunse ad un punto in cui la parete si apriva sulla sinistra, immettendo in un largo terrazzo. Il giovane decise di fermarsi un attimo, per contemplare il magnifico panorama che gli si offriva. Dal balcone poteva infatti ammirare il golfo di Númemminas, oltre al quale il Mare Occidentale si estendeva fino all’orizzonte: numerose barche era visibili sia alla fonda che in ingresso o in uscita dal porto, quasi tutte con le ampie vele bianche gonfiate dal vento. Molte delle imbarcazioni più grandi, a due o tre alberi, che assicuravano gli scambi commerciali con gli altri città della costa, mostravano le caratteristiche prue a cigno. Non mancavano inoltre barconi, lance e feluche da pesca, in quanto la raccolta ittica era uno dei mezzi di sostentamento più sfruttati, e dava anche luogo ad una industria fiorente. La maggior parte degli scafi era però costituita da semplici barche armate solo di randa e fiocco, oppure con una sola vela, che venivano usate dai Yáweldi per puro divertimento: la vela era infatti lo sport nazionale, ed ogni elfo od elfa che vivesse nelle città costiere possedeva almeno una imbarcazione e la governava appena le circostanze lo rendevano possibile. Un’altra occupazione sportiva molto popolare era il nuoto: a tutti i bambini di Yáwenor veniva insegnato a nuotare fin da piccoli, e in ogni momento del giorno o della notte si potevano scorgere gruppi di giovani Elfi che giocavano sulla sabbia o che nuotavano nelle numerose calette che si trovavano lungo la linea costiera; anche gli adulti, nel loro tempo libero, non disdegnavano, se il tempo lo permetteva, di rinfrescarsi nelle azzurre acque esercitandosi nei vari stili di nuoto.

Il palazzo sorgeva su un’altura alle spalle della città, allungandosi da nord verso sud. Era ricco su entrambi i lati di finestre e terrazze, che rendevano particolarmente luminoso e ben arieggiato il suo interno. Il tetto era di rame dorato, e sul suo lato occidentale era circondata da un vasto giardino, racchiuso da un’alta siepe, e ricco di alberi profumati, cespugli e prati fioriti, che spandevano la loro dolce fragranza in tutta la tenuta. Dopo la siepe, il terreno digradava dolcemente verso la città con boschi di pini marittimi, betulle e faggi. La città vera e propria era costituita da case in muratura non molto alte, quasi tutte bianche; quelle che non terminavano con un terrazzo, mostravano deliziosi tetti di colore azzurro, a forma di cupola oppure piramidale. La strada reale conduceva direttamente dal palazzo, attraverso il giardino ed i boschi, fino all’interno della città per terminare al porto; in quest’ultimo tratto era alberata con querce e castagne, che si ritrovavano anche nell’altra unica via principale che correva all’interno della capitale parallelamente alla costa. Da queste due strade lastricate di bianco si diramava un fitto dedalo di viuzze che si insinuavano fra le abitazioni e i giardini degli abitanti, prati fioriti, alte conifere ed alberi frondosi sparsi per tutto l’abitato.

Ohtarion si attardò pochi secondi sul terrazzo, rimirando il paesaggio e respirando l’aria che profumava di fiori e di mare, quindi continuò il suo percorso fino ad arrivare ad una porta guardata da un elfo della scorta reale. La statura della sentinella superava quella del principe, e gli attenti occhi azzurri scrutavano continuamente ma con attenzione tutto il corridoio. Al momento vestiva solo una tunica, ed un corsaletto di cuoio gli copriva il petto; gambe e braccia erano protette da fasce indurite dello stesso materiale. Sulla testa non portava alcun elmo, ma Ohtarion sapeva che, se fosse sceso in battaglia, avrebbe indossato un elmo leggero ma resistente ottenuto dai gusci delle grandi conchiglie marine che si potevano trovare lunga la costa, mentre sotto le protezioni avrebbe portato indumenti di pelle di pesce, le cui squame argentee avevano non solo l’apparenza ma anche la resistenza del metallo. Solo gli esploratori usavano indossare nelle loro sortite abiti di tessuto verde, corsetti e copricapi di cuoio e morbidi stivali di pelle. I fianchi erano stretti da una cintura squamata, a cui era appesa una corta daga, mentre nella mano destra reggeva una lancia appoggiata al pavimento. La presenza della guardia armata rivelava lo stato di allarme della città e dell’intero paese. In tempi normali, la porta non avrebbe avuto alcuna necessità di essere sorvegliata, e chiunque avesse avuto bisogno di conferire col re avrebbe bussato; dopodiché, udita la risposta affermativa, sarebbe entrato a parlare. Ovviamente nessuno avrebbe approfittato di questa liberalità per importunare il sovrano, e men che mai per minacciarlo.
La guardia era stata probabilmente avvisata dell’arrivo dell’ospite, perché senza profferire parola si scostò dalla porta aprendola per il giovane. All’interno del piccolo salotto, su due comode poltrone di legno e stoffa trapuntata, sedevano il re e la regina dei Yáweldi, che si alzarono per accogliere Ohtarion, abbracciandolo calorosamente e invitandolo a sedere su una terza poltrona vicino alle loro.

Il re era un elfo di età indefinita, alto e possente, con i capelli biondi così chiari da tendere in alcuni punti quasi al bianco. Solo gli occhi, di un azzurro grigio come il ferro, rivelavano con la loro profondità e saggezza un’età secolare. Indossava una semplice tunica bianca con orli dorati e calzari di cuoio; gli unici ornamenti che lo distinguevano erano una cintura di pelle borchiata d’argento a sbalzo, ed una collana a catena d’oro che terminava con un medaglione dello stesso metallo raffigurante lo stemma della sua casa: un bialbero con la prua a forma di cigno.
La regina aveva invece i capelli del colore del miele di castagno, e due bellissimi occhi verdi, non rari fra gli elfi, ma molto insoliti per i Yáweldi. Portava un abito azzurro lungo fino ai piedi e con ampie maniche svasate, molto scollato e riccamente decorato a motivi floreali. Non v’era alcun monile d’oro o d’argento a ornare la sua splendida figura, in quanto come più alta massanië della casa aveva deciso di non avere abituale contatto con nessun metallo, nemmeno i più nobili. A guisa di fermacapelli portava una larga sezione di guscio di tartaruga, il cui colore si intonava perfettamente con i suoi occhi; la cintura era di corda, a cui erano state assicurate valve di conchiglie elicoidali, mentre dai lobi delle orecchie scendevano delle variopinte coralliophidae, assicurate con esili aghi d’osso. Al collo pendeva un filo di purissime perle, mentre al polso destro sfoggiava un bracciale di malachite. Ad abbellire l’indice della mano destra c’era un anello di legno, le cui delicate radichette imprigionavano un rubino, unica macchia di rosso che risaltasse sulla sua figura oltre alle morbide labbra, atteggiate in un dolce sorriso.

«Mio diletto figlio» iniziò Ciryanwë, che subito dopo aver appreso della perdita della famiglia da parte del principe si era offerto di adottarlo, «alcuni nostri esploratori sono tornati ieri notte con notizie della massima importanza, che volevamo condividere con te».
«Ringrazio le vostre maestà della fiducia accordatami. Come sono le notizie, belle o brutte?» rispose Ohtarion scordandosi nell’agitazione del momento le calme formalità in uso presso la corte degli elfi.
«Caro ragazzo» interloquì Eärendis, sorridendogli «vedo che la sete di informazione affretta le tue parole, ed inoltre tu sei ormai nostro figlio: avrai perciò sempre il permesso di parlarci liberamente, e noi ti risponderemo sempre con cuore aperto».
«Come sempre» continuò il re «le notizie non sono mai belle o brutte, l’importante è che siano vere. Sono le azioni degli esseri senzienti che possono essere rivolte al male o al bene, o che possono arrecare svantaggi o vantaggi al prossimo. Ebbene, i nostri esploratori ci hanno riportato novità che tu potresti definire sia belle che brutte. Inizierò col riferirti quelle brutte, ché è sempre bene riservare per ultima la gioia, in modo tale che il nostro spirito ne sia rinfrancato e sollevato». Il giovane si fece più attento, apprestandosi ad ascoltare le altre avversità che il destino gli aveva riservato.
«Devi sapere che Gûlgotha non si sta accontentando di avere invaso il tuo regno, ma sta ammassando truppe sul confine settentrionale con la chiara intenzione di attaccare il Minalzâyan. Per fortuna che, dopo aver visto l’esempio di quanto successo al tuo paese» e qui Ciryanwë abbassò il volto, conscio del dolore negli occhi del principe, «Tar-Veryadacil ha chiamato alla leva tutti i suoi uomini validi, allertando l’intero esercito, ed inoltre ha richiesto l’aiuto di tutti i popoli liberi di Endor. Corrieri sono stati inviati nel Regno dell’Est, Ambaronor, presso gli Elfi delle Montagne di Tarelbar, ed anche i Nani della Caverna d’Argento sono stati invitati ad unirsi, sebbene i contatti con loro non siano mai stati molto frequenti». I Nani erano un popolo molto riservato: vivevano nelle caverne da loro stessi scavate sotto il monte Târag-zahar, ma non erano malvagi e selvaggi come i Teryg. I pochi uomini ed elfi che avevano visitato la loro capitale, Zigil-dûm, avevano riferito di una splendida città sotterranea con larghe strade e viali, dove le costruzioni erano ricche di decorazione e vetrate colorate, per non parlare dell’abbondanza di metalli pregiati e pietre preziose che estraevano dalle vicine miniere. Erano orafi e fabbri impareggiabili, e quasi tutte le armi e corazze più belle e resistenti usate dagli Uomini o dagli Elfi erano state forgiate da loro, in quanto non disdegnavano il commercio con le altre popolazioni, pur non cercandone la compagnia. In cambio ricevevano soprattutto derrate alimentari, di cui le loro caverne erano povere, soprattutto la frutta fresca, di cui erano ghiottissimi.
«Anche il nostro aiuto è stato richiesto, ma finché bande di Yrch e di Teryg infesteranno il versante orientale degli Oroturmi, i Monti Scudo, non me la sento di sguarnire le difese del paese. Come sai, anche nostra figlia Falmarillë, ora tua sorella acquisita, sta battendo i fianchi e i passi dei monti con il suo reparto di esploratori per evitare ogni possibile infiltrazione nel regno». A queste parole un’ombra passò negli occhi della tári, che non aveva più rivisto la diletta figlia da oltre un mese. La giovane principessa non era infatti una ragazza dedita alle faccende domestiche, ma un’abile spadaccina e arciera, che aveva deciso di unirsi all’esercito per fronteggiare il pericolo della Tenebra; nessuna legge né usanza proibiva o ostacolava un’elfa che volesse diventare una combattente, ma il cuore di madre di Eärendis soffriva nel pensare alla ragazza circondata da pericoli. Ed inoltre, avendo ormai ella impugnato un’arma, mai più avrebbe potuto divenire una massanië, e preparare il pane della casa. Ohtarion non aveva mai conosciuto la principessa, unica erede della coppia reale, ed un sincero interesse era nato nel suo animo verso questa eroina di cui sentiva da tutti decantare le lodi, soprattutto il coraggio e la bravura nei combattimenti; a quanto si diceva, ciò che poteva difettare in potenza fisica era ampiamente compensato dalla sua agilità ed intelligenza, tanto che era stata nominata comandante dai suoi stessi soldati.
«Purtroppo siamo a conoscenza che anche Ar-Thilion è in difficoltà ad inviare aiuti, perché l’Ambaronor sta subendo attacchi e scorrerie da parte dei Predoni della steppa orientale, mentre i percorsi per mare sono resi pericolosi dagli Azraurîk, i Diavoli Marini. E per finire, Calaquendu potrà scendere da Parth Taen, il Prato della Vetta, solo all’inizio dell’estate, quando le nevi si saranno completamente sciolte ed il sentieri asciugati: se sarà fortunato, Tar-Veryadacil potrà contare per il momento solo sull’aiuto dei Nani. Sembra che tutto trami contro di noi… Gûlgotha ha scelto il momento più adatto per colpirci!»
Lo sfogo di Ciryanwë, non abituale fra gli Elfi, sebbene avrebbe potuto essere più che normale sulla bocca di un Uomo, la diceva lunga sul dispiacere e la sofferenza che l’alto elfo provava nei confronti dei suoi amici umani. Fin da quando Anardil Atanatur aveva raggiunto l’Endor dopo aver attraversato la Steppa Orientale, fondando il Regno degli Uomini, poi suddiviso nelle tre case regnanti attuali, i suoi discendenti si erano rivelati amici ed alleati sinceri. Anche se non tutti gli umani mostravano la costante determinazione degli elfi nel rispetto delle tradizioni e dell’etica morale e religiosa, erano sostanzialmente delle brave persone, che aborrivano la violenza pura e la malvagità fine a se stessa, tranne che in quei pochi elementi che le loro stesse leggi condannavano e punivano. Avevano appreso dagli Elfi la devozione per il Padre di Tutto, e la conoscenza che gli dei in precedenza adorati non erano altro che Potenze Angeliche incaricate dall’Onnipotente di vegliare su tutti gli esseri viventi del mondo. Sebbene gli Uomini reputassero gli Elfi immortali, a causa della loro superiore resistenza fisica e longevità, Ciryanwë non era ancora nato quando il mitico capostipite degli Uomini aveva gettato le basi del loro predominio nell’Endor, ma tutte le informazioni in merito erano registrate nei rotoli di sapere conservati nella biblioteca reale e tramandate dai vari re e saggi succedutisi nei millenni. Gli stessi Elfi non erano originari dell’Endor, ma vi erano giunti dal Mare Occidentale in tempi immemorabili, tanto che ormai quasi più nessuno della loro razza rammentava dove fossero vissuti e che gesta avessero compiuto nella loro patria ancestrale. Nemmeno i documenti, scritti in un lingua ormai quasi incomprensibile, potevano aiutarli in questa ricerca del loro passato, e solo antiche leggende e canzoni narravano improbabili storie di quel lontanissimo periodo.

Ciryanwë si ricompose immediatamente, e continuò più sereno: «Passiamo ora alle notizie che parlano di eventi più fausti. Sarai felice di sapere che non tutto il tuo regno è caduto sotto il giogo degli Stregoni. Durante l’invasione, i due Cavalcadraghi hanno infatti condotto le loro truppe bestiali direttamente all’assalto di Aglarhim, evitando di passare in Eryn Míriel, il Bosco Gioiello, dove le imboscate dei suoi abitanti avrebbero potuto loro infliggere gravi perdite. Adesso, nella città di Tavarost, nel cuore della foresta, si stanno raccogliendo tutte le famiglie di boscaioli ed allevatori della zona, così come i tuoi sudditi fuggiti dalle città in fiamme, ed anche molti soldati sbandati del tuo esercito hanno raggiunto l’area, formando un compatto gruppo di resistenza, ben risoluto anche se poco armato, fatta eccezione per le truppe regolari. Sembra che siano comandati da una giovinetta, Tavarildë, che subito gli uomini hanno ribattezzato la Fanciulla della Foresta. I pochi esploratori elfici che hanno raggiunto Tavarost – ebbene sì, i miei migliori uomini riescono a passare anche sotto il naso dei sette stregoni, se non vogliono farsi scorgere! – parlano di una ragazza cui un gruppo di Yrch aveva sterminato tutta la famiglia» – Ohtarion sentì immediatamente un sentimento di simpatia e comunanza con la sfortunata fanciulla – « che è riuscita però a vendicarsi da sola uccidendo gli assassini, e che ha dimostrato coraggio, saggezza e forza tali da convincere i boscaioli ad acclamarla loro condottiera, scelta che i tuoi soldati, una volta arrivati sul posto, hanno condiviso».

Il re a questo si fermò, scrutando quali sentimenti si agitassero nel cuore del principe nell’udire quelle parole, che in qualche modo mettevano in secondo piano la sua figura all’interno del regno. In fin dei conti, quale unico sopravvissuto alla famiglia reale, egli era adesso il legittimo sovrano del Hyarendor, e se non aveva ancora reclamato tale diritto era stato non solo per poter assimilare Il lutto ancora troppo recente, ma soprattutto perché riteneva inutile autonominarsi re in esilio di una nazione di cui ormai non aveva più nessun controllo.

«Queste tue ultime parole mi riempiono di gioia, padre mio» rispose Ohtarion, per nulla adombrato da quella notizia. «Sapere che nel regno dei miei antenati vi sono ancora forze del bene che si oppongono alla nera malvagità della Tenebra ha riportato la speranza nel mio cuore! E nulla mi importa se popolo e soldati hanno scelto come loro condottiera un’umile contadina… Se potessi raggiungerli, mi metterei anche io al suo servizio come l’ultimo dei soldati pur di poter combattere contro Gûlgotha e i suoi malefici, e lavare il sangue versato dalla mia famiglia!» Lacrime non d’invidia ma di commozione rigavano le guance del ragazzo.

La regina si alzò di scatto e andò a baciare l’orfano. «La stima nei tuoi confronti, che già era alta, si è ancora più accresciuta in questo momento, così come l’affetto che ormai nutro per te» esclamò Eärendis, anche lei commossa e con gli occhi arrossati in cui brillavano alcune gocce salate. «Nel tuo cuore non alberga sete di potere né vana alterigia, ma desiderio di giustizia e volontà di compiere il bene. Ascolta però il mio consiglio: non mettere in pericolo la tua vita affrontando senza adeguata scorta un così difficile cammino; qui da noi sarai per sempre più che un ospite gradito, invero il secondo figlio che non ho mai avuto, e potrai vivere in questa casa fino a che il Padre di Tutto non vorrà concederti l’opportunità di mostrare il tuo valore e adoperarti infine per il benessere del tuo popolo».
Ohtarion fremeva per il desiderio di correre immediatamente nel Bosco Gioiello a combattere insieme alla sconosciuta Tavarildë, ma comprese che il consiglio della regina era saggio, e che i suoi ardori giovanili dovevano cedere il passo alla matura comprensione che un re, se voleva non solo chiamarsi ma essere veramente tale, doveva mettere in secondo piano i suoi desideri personali per il bene dei suoi sudditi.
Ciryanwë però aggiunse sorridendo: «Ebbene, non penso che dovrai attendere ancora molto per batterti per il tuo popolo, anche se la regina dovrà sopportare di avere due figli guerrieri, un maschio e una femmina! Non ti ho ancora detto che reparti isolati ed altri sbandati del tuo esercito stanno cercando di avvicinarsi a Yáwenor, battendosi lungo la strada con le bande di Yrch. Ora sono alla disperazione, affamati, stanchi e male armati, ma i miei reparti di esploratori stanno andando in loro soccorso per condurli fra percorsi e passi montani sicuri fino a Númemminas, dove potranno presto ricongiungersi con te; qui verranno curati e rifocillati, e verrà loro fornito il necessario armamento. Ed appena avremo risolto la questione delle bande di Orchi e Troll alle nostre frontiere, ti giuro che armerò un esercito e ti accompagnerò nella guerra contro il Nero Nemico». Il tono della voce del re si alzò, ed il suo sguardo si fece fiero e risoluto. «Bada, il giuramento di un re degli elfi non è cosa da prendersi tanto alla leggera, è un vanda, una promessa solenne al cospetto del Padre di Tutto che impegna hroa e fëa, corpo e spirito di chi lo formula!»
Ohtarion rimase esterrefatto dall’impegno preso da Ciryanwë: sapeva che un giuramento elfico era un evento molto raro, che di solito veniva scambiato solo in speciali cerimonie fra Alti Elfi o con sovrani umani, e si sentì onorato di essere messo sullo stesso livello di tali personalità, ma allo stesso tempo umile rispetto alla potenza del suo nuovo genitore. «Farò tutto quello che mi consiglierete, amati nostarinyar , certo che i vostri suggerimenti sono dettati dall’affetto per questo debole yondo ». Andò ad abbracciare i due elfi che aveva imparato ad amare e quindi, chiesto il permesso di lasciarli, li salutò ed uscì dalla sala.

Túrin Turambar – I figli di Húrin

agosto 16th, 2010 / No Comments » / by ardaquenta

È un uomo, e questa, per lui e per molti altri, è già una tragedia sufficiente. [J.R.R. Tolkien, Beowuf, mostri e critici]

Queste parole di Tolkien, benché si riferiscano a Beowulf, ben si attagliano anche a Túrin. Questo personaggio spicca fra gli eroi un po’ ingabbiati del Silmarillion, con tutta la sua tragicità, le sue incongruenze, i suoi eccessi: insomma, un uomo vero. E noi lettori umani, fra intere genealogie di elfi, mezzi elfi, Valar e Maiar, non possiamo che immedesimarci in questo uomo, alle prese con problemi tipici della nostra vita, anche se portati alle estreme conseguenze, ed infine con il più emblematicamente umano di tutti, la morte.

Nella mia presentazione Túrin Turambar – I figli di Húrin ho cercato di narrare con diapositive e didascalie la storia di questo sfortunato eroe e della sua famiglia, di cui ogni componente ha sofferto sulla sua pelle la terribile ed inesorabile maledizione lanciata da Morgoth.

Tags: , , , , , , , , ,

Poesie della Terra di Mezzo

agosto 14th, 2010 / No Comments » / by ardaquenta

Premetto che sono un ingegnere, e per di più di nucleare…
Un giorno, però, spinto da improvviso raptus mi sono cimentato a scrivere poesie. Ovviamente, quasi tutte di tema tolkieniano…

Ho scoperto che la mia preferenza va alle poesie in metrica e in rima, mi piace sentire la musicalità che scorre fra le strofe, il ritmo preciso ma lieve che governa il succedersi delle parole.  Alcuni mi dicono che sono un po’ fuori moda, ma la cosa mi tocca poco.

Provate a leggerle, e ditemi che cosa ne pensate…

POESIE

Ardaquenta – la storia di Arda

agosto 14th, 2010 / No Comments » / by ardaquenta

Ardaquenta significa “Storia di Arda”, ed Arda è il nome che J.R.R. Tolkien ha dato al suo mondo, dove si svolgono le vicende narrate nelle sue opere di maggior rinomanza, fra cui l’insuperabile Il Signore degli Anelli.

Ho preso spunto da questa e da svariate altre oper tolkieniane per produrre una presentazione multimediale che vi trasporterà in un viaggio, sia spaziale che temporale, nel mondo di Tolkien.

In circa 70 diapositive, accompagnate da un commento musicale, potrete seguire tutte le fasi più salienti della storia di Arda: dalla creazione di Arda alla lotta fra il bene ed il male, fra angeli e demoni, dalle vicissitudini degli Elfi a quelle degli Uomini, con splendide e tragiche storie di amore, nonchè tutti gli antefatti alla base delle vicende narrate nei vari libri e le loro conclusioni.

Se siete interessati, troverete maggiori informazioni alla pagina ARDAQUENTA del blog, dove potrete anche scaricare l’anteprima gratuita dell’opera.

Tags: , , , , , , , , , , ,